Ascolto, relazione e… altro

 

I 5 verbi

Nelle relazioni interpersonali in generale, ma soprattutto quando un collega, un amico, un figlio manifestano un loro disagio o chiedono un consiglio, può essere utile ripensare a queste 5 azioni/verbi:

VERBI

AZIONI SPECIFICHE

OSTACOLI

ESSERCI: Essere davvero presente al problema e nella relazione, guardare l’altro, non distrarsi, essere sulla palla.E, anche, non sviare il discorso, non minimizzare il disagio, non essere consolatori in modo troppo anticipato. Entrare in contatto con il problema dell’altro ci pone di fronte all’interrogativo sulla nostra capacità di affrontarlo e contemporaneamente, con la paura di essere sfruttati
DOMANDARE, CAPIRE Accettare di non sapere, fare ipotesi e tradurle in domande più che in affermazioni, chiedere all’altro le sue valutazioni, osservare i comportamenti Accettare di non sapere ci mette nelle mani dell’altro, ci fa temere di non avere il controllo della situazione.Poi c’è anche la paura di essere troppo invadenti
RISPECCHIARE Dare feedback, verificare la propria comprensione, ripetere con altre parole le cose che l’altro ha detto. Evidenziare dati non presi in esame dall’altro mostrare collegamenti non evidenti fra le diverse cose dette Anche qui ci può essere la paura di essere invadenti, accanto a quella di fare la figura di quello che non ha capito nulla e/o che non sa che pesci pigliare.C’è la paura di fare male mostrando all’altro cose che stavano sotto il suo naso ma non erano viste
CONFRONTARSI Condividere esperienze analoghe, senza sovrapporle a quelle dell’interlocutore.Identificarsi, agire empaticamente.

Usarsi e usare le proprie emozioni

Ci può essere la paura di esporsi e, mettendosi sullo stesso piano dell’altro, di perdere il ruolo di leader o, comunque, la propria posizione di influenza
PRENDERE POSIZIONE Dare, ma solo alla fine, la nostra opinione ed i nostri suggerimenti, esprimere la nostra valutazione dei fatti Prendere posizione corrisponde a sbilanciarsi, con il duplice rischio di essere invadenti e di farsi dire di no.

Va da sé che gli ostacoli possono essere diversi per ciascuno di noi; quella indicata è solo una parte, generalmente molto frequente,degli ostacoli che si incontrano nel mettersi in una posizione di ascolto

Le tre funzioni del Sé e la relazione come alleanza

Il buon vecchio Freud descriveva il Sé come composto da tre funzioni, che chiamava Es, Io (o Ego) e Superio (o Superego).

Es è la funzione che presiede all’energia, alla creatività, alla voglia di soddisfare bisogni e desideri senza limiti di tempo e senza tenere conto dei dati di realtà. Non vuole regole, cerca di evitare i problemi, dolori e, soprattutto, colpe.

Senza Es saremmo automi, ma se domina l’Es, siamo esseri incontrollati e incontrollabili. La nostra voglia di non lavorare, di rimandare a domani, di scaricare responsabilità è frutto dell’Es. e, altrettanto, la nostra capacità di innovazione, di cercare soluzioni “altre” rispetto alle solite, è ugualmente frutto dell’Es.

Superio, per contro, presiede alle regole, al rispetto rigoroso delle norme, ma può essere anche molto punitivo, colpevolizzante, svalutativo (autosvalutativo). Superio ci rende prevedibili, affidabili e responsabili, ma anche in difficoltà nelle situazioni non previste né regolate, nelle quali la regola è assente o non nota.

Senza Superio saremmo forse dei banditi, incapaci di trattenere l’aggressività, quando, però, domina il Superio, ci sentiamo inadeguati, costantemente in colpa, timorosi di non essere all’altezza delle situazioni che dobbiamo affrontare.

Io (o Ego) ha due compiti difficili: da una parte deve tenere in equilibrio Es e Superio (cosa decisamente non facile) e, dall’altra, deve mantenere tutti e tre in rapporto con la realtà, prendendo in esame sia le spinte interne (bisogni, desideri, competenze, limiti ecc.), sia gli elementi esterni (opportunità, minacce, possibilità di successo ecc.). Qualcuno lo paragona al Manager, che deve muoversi fra il mondo interno dell’impresa e l’ambiente esterno, del mercato, della concorrenza e delle norme.

 

Quando noi incontriamo qualcuno (amico, collega, figlio o che altro volete) che chiede un suggerimento, un aiuto, che, in definitiva, ci chiede un’alleanza, possiamo allearci con ciascuna delle tre funzioni.

Quando ci alleiamo con l’Es (cioè quando usiamo la nostra energia e le nostre capacità per rafforzare il bisogno del nostro interlocutore di evitare il problema, di passarlo sotto silenzio), le cose che diciamo tendono a diminuire la rilevanza del problema che ci viene posto: “ma va là, perché te la prendi, pensa alla salute, andiamo a prenderci un caffè, rilassati e pensa al primo maggio ecc.”.

Quando ci alleiamo con il Superio (cioè quando rafforziamo le spinte del nostro interlocutore all’autocensu-ra, alimentiamo i suoi sentimenti di inadeguatezza o di colpa), la cose che diciamo tendono a sottolineare, più che il problema, la parte che il nostro amico ha nel problema, la sua inadeguatezza o responsabilità: “beh, se tu te le vai a cercare…, drammatizzi tutto, non sei capace di …, ma perché non fai come tutti, fai così e cosà, come ti dico io ecc.).

L’alleanza con l’Io è volta a dare forza al desiderio del nostro interlocutore di affrontare davvero il problema, di fare l’esame di realtà, di prendere in esame in modo realistico la natura del problema, la sua responsabilità effettiva, le soluzioni possibili e le competenze necessarie, in definitiva, l’alleanza è finalizzata ad aiutarlo a risolvere “davvero” il problema, senza sostituirsi a lui e senza spingerlo a evitarlo. Le cose che diciamo non sono standard, sono fatte più di domande che di affermazioni e, per qualche verso, assomigliano molto ai 5 verbi del paragrafo precedente.

Alcune conseguenze sull’ascoltare, ascoltarsi e sentirsi ascoltati

Salvo situazioni particolari, ad esempio quando si è innamorati o, comunque, quando si ama molto per davvero, la prima reazione normale di fronte a qualcuno che ci pone un problema è quella di sottrarsi all’impe-gno, dando voce al nostro Es e dando forza al suo.

Oppure la prima reazione normale prende la forma di un suggerimento molto precoce, che viene dato prima di addentrarsi nell’analisi e nella comprensione approfondita del problema: “fai così” o, per i più gentili: “perché non provi a fare così”, dando voce al nostro Superio e forza al suo.

Certo, entrambe le reazioni presentano vantaggi sia per noi che per il nostro amico bisognoso: la prima allontana il problema, evita che noi ci interroghiamo su quanto quel problema riguarda anche noi e consente all’altro di sminuire l’ansia. La seconda “elimina” il problema, dà una soluzione preconfezionata che rassicura l’altro e toglie noi dall’impaccio, in entrambi i casi, la strategia è quella di minimizzare il disagio (se fossi uno psicologo direi l’ansia) che la situazione genera.

La prima reazione normale… poi, però, in qualche caso (io direi se siamo fortunati o capaci di empatia), ci viene voglia di “esserci”, allora proviamo a capire meglio, a fare domande per orientarci alla ricerca della natura del problema e alla sua possibile soluzione. Insomma: ascoltiamo.

L’ascolto, soprattutto l’ascolto attivo, è fatto di ipotesi e di domande per la loro verifica, è volto a consentire all’altro di darci la sua visione delle cose e di esprimere i suoi vissuti (feeling, in inglese). È ascoltare e far sentire gli altri ascoltati e, quando possibile, capiti (ad esempio attraverso il rispecchiamento e il confronto).

Perché è così difficile ascoltare?

Perché, dice un mio collega, per ascoltare davvero bisogna essere disposti a cambiare il proprio pensiero, la propria opinione.

A me pare, però, che oltre a questa difficoltà (cambiare idea significa, in qualche modo, accettare di essersi sbagliati), ce ne può essere un’altra, forse più ostica: ascoltare davvero obbliga ad ascoltarsi, a ritrovare dentro di sé i problemi che l’altro sta sollevando, a interrogarsi su quanto quel problema ci riguarda (riguarderà, ha riguardato). Capita, a volte e a qualcuno di noi, di non avere voglia di ascoltarsi, ecco così nascere le risposte facili, tipo “non te la prendere”, come dice l’Es, oppure tipo “sei sempre lì a lamentarti” o “fai così e cosà” o anche “sei proprio un incapace”, come dice il Superio.

Ascoltarsi, però, è (o può essere) una risorsa formidabile, ci consente di vedere uguaglianze e differenze, ci suggerisce ipotesi di ricerca che, tradotte in domande, consentono a noi e all’altro di riflettere e di cercare soluzioni nuove, non banali.

Certo, però, per fare questo dobbiamo entrare in contatto con le nostre emozioni (che, per qualcuno di noi rappresentano debolezze o, almeno, vulnerabilità da non mostrare mai): empatia vuol dire “usare le proprie emozioni per capire le emozioni degli altri” e, attraverso queste, entrare in relazione, far sentire l’altro ascoltato.

 

 

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