Del fare soldi o del fare business

 

 

Sento spesso dire, soprattutto in questo periodo di recessione, che il ruolo del manager dovrebbe essere quello di chi fa soldi o fa far soldi all’azienda.

Molti evidenziano come questa sia una stortura quando avviene sulle spalle dei lavoratori, come nel caso di alcuni Direttori del Personale che tagliano teste senza scrupoli.

Condivido questa riflessione e provo a spingermi ancora oltre: se davvero fare soldi fosse l’obiettivo primario delle aziende, la maggior parte degli imprenditori chiuderebbe i battenti e investirebbe in BOT, che rendono di più di molti settori in questo periodo di crisi.

Ma non è così.

Michele Ferrero è innamorato dei suoi prodotti: non credo che accetterebbe mai di produrre tondini di ferro, anche se questi risultassero più redditizi.

E penso che lo stesso valga per molti altri imprenditori nei più diversi settori, da Renzo Rosso ai Barilla, passando per Caprotti, Del Vecchio e Natuzzi, solo per citarne alcuni.

Questi imprenditori hanno pensato un prodotto, lo hanno curato nei minimi dettagli, lo hanno innovato per renderlo sempre migliore e più adatto ai bisogni dei loro clienti, e non si sono mai fermati nella ricerca del miglioramento continuo.

Perché questi imprenditori avevano un sogno.

E hanno fatto di tutto per realizzarlo.

Forse allora, quando parliamo di motivazione, di aumento della produttività, di etica e commitment potremmo provare ad evidenziare questo legame profondo con il prodotto, questa attenzione al mercato, non inteso come volumi di vendita, ma come bisogni che vengono soddisfatti.

Chi insegue il sogno di fare prodotti belli e utili può fallire, certo, ma sicuramente avrà messo tutte le proprie energie al servizio dell’azienda. Chi insegue il sogno di fare tanti soldi (gli arrivisti, per usare un termine ormai un po’ in disuso, ma molto calzante) vede il resto del mondo come uno strumento e valuta le altre persone e le situazioni in funzione di quanto gli possono essere utili a fare soldi (o carriera, o scalata sociale – tre facce della stessa medaglia).

Ma allora, se noi per primi proponiamo ai lavoratori un’immagine dell’azienda come organizzazione tesa solo a fare profitto, che non ha interesse per i propri consumatori se non nella misura in cui producono reddito, che è attenta solo agli aspetti finanziari del business, significa che proponiamo un’immagine della nostra azienda come un’arrivista.

Come possiamo pensare allora che i lavoratori abbiano un atteggiamento leale e orientato alla relazione di lungo periodo? Che si dedichino con tutte le proprie energie al successo dell’azienda? Che non concentrino tutte le proprie attenzioni sullo stipendio, ma siano gratificati anche dalla motivazione intrinseca?

Da chi parla solo il linguaggio dei soldi, la gente vuole solo soldi.

Per estensione delle riflessioni del buon McGregor (ma anche come ci diceva la nonna quando eravamo piccoli), i cinici creano le condizioni che li portano ad essere circondati da persone disincantate e spregiudicate.

Quindi se vogliamo persone motivate, che si dedichino con entusiasmo e convinzione al successo della nostra azienda è necessario che evidenziamo con forza che l’obiettivo dell’azienda non è il profitto fine a sé stesso.

Ridiamo visibilità al Sogno, proviamo a fargli vedere l’azienda con gli occhi dell’imprenditore (e penso a quello o quella che ha avuto l’idea, che è legato al prodotto come a un figlio).

Proviamo a far vedere in che modo la nostra azienda soddisfa i bisogni dei consumatori, come contribuisce al benessere delle persone, allo sviluppo del territorio sul quale opera (piccolo o grande che sia).

Come evidenziano Rich, Lepine e Crawford (2010), questo porterà i lavoratori ad avere un atteggiamento più “da imprenditore” e quindi maggiormente motivato, orientato al risultato, etico e perseverante.

E porterà quindi risultati migliori.

(Anche economici).

 

Rich, Lepine e Crawford, 2010: “Job engagement: antecedents and effects on job performance.” Academy of Management Journal; Jun2010, Vol. 53 Issue 3, p 617-635